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RENZO MEZZACAPO THE COMET FLIGHT by Janus
Debbo a Renzo Mezzacapo questa confessione che lo riguarda personalmente. I pittori qualche volta non sanno fin dove può arrivare la loro pittura, fanno i pittori, ma come se la pittura uscisse un po' brutalmente dalle loro mani, venisse da qualche luogo remoto, da cui hanno il compito di tirarla fuori, volente o nolente. Ho sempre visto Renzo Mezzacapo lottare con la pittura, potrei perfino dire accapigliarsi con la pittura, buttarsi dentro la pittura come se fosse il fuoco d'un vulcano, avvinghiarsi alla pittura come se fosse un animale mitologico, sulle spiagge di qualche mare arcaico, come facevano in antico gli eroi di Omero per provare le loro forze in una gara di corsa o di lotta, sollevando nugoli di sabbia ed onde, ma nello stesso tempo conservando la capacità di evocarla come se dovesse compiere un sacrificio alle divinità invisibili del mondo. L'ho visto ragionare a lungo con se stesso e con gli altri, talvolta con ostinazione, ma ho intravisto dietro tutto i suoi pensieri l'artista visionario che prova ancora meraviglia per le immagini che riesce a tirare fuori da qualche territorio sconosciuto ed a plasmare con la sua immaginazione. Credo che abbia messo la pittura dentro tutti i momenti della sua vita, anche quando guida un'automobile, per esempio, o quando cammina per proprio conto e non si accorge di parlare, forse, ad alta voce, quando dorme e quando si risveglia di soprassalto, ma non credo che possa dormire moltissimo. Appartiene ad una categoria di artisti incapaci di restare a lungo in pace, che hanno una visione dell'arte fatta sempre di molta tensione e di molta drammaticità. Ho, naturalmente, passato tutta la mia vita in mezzo ai pittori, e penso di conoscerli un poco. Qualche volta ho l'impressione che la terra sia abitata solo da pittori (o da scrittori o da poeti o da filosofi o, comunque, da artisti del pensiero o della parola o dell'immagine). Certo, ho conosciuto anche avvocati e medici, assessori ed architetti, proletari ed aristocratici (le differenze ormai sono minime), ma non hanno l'importanza dei pittori con i quali ho avuto una lunga frequentazione, spesse volte anche affettuosa. Posso dire che sono stati i miei migliori amici. Mi hanno dato molto e spero a mia volta d'aver dato molto anche a loro. Sono creature imprevedibili, fragili e forti nello stesso tempo, quasi sempre ossessionati dai loro fantasmi e dalle loro immagini, fiduciosi, ma anche diffidenti, a tratti egoisti ed a tratti generosi, mai del tutto felici e mai del tutto infelici, ma spesso tormentati, alcuni, ed altri invece più indifferenti. Hanno bisogno di confidarsi e di confessarsi, non tutti, certamente. C'è chi invece si nasconde, si ritrae, si mette una maschera sul volto. Vogliono essere capiti, ma nello stesso tempo non vogliono essere del tutto capiti ed hanno perfino un po' paura d'essere troppo capiti, vogliono essere amati, ma provano un certo sgomento se sono troppo amati. Hanno tutti una natura misteriosa e fanno la cosa più misteriosa del mondo, più imprevedibile, più bizzarra: la pittura.
Spesso confondono il mistero della vita con il mistero dell'arte, il mistero della religione, cioè Dio, con il mistero delle loro passioni, il loro mistero personale con il mistero dell'universo, ed allora la loro storia si complica, si professano atei, per esempio, e la loro pittura è attraversata da una vena mistica, oppure sono credenti e la loro pittura è pervasa di ateismo o d'incredulità, fanno professione di materialismo e dipingono quadri estremamente spirituali. Non se ne accorgono, poiché in fondo sono innocenti, anche se per caso fanno una pittura colma di perversioni e di ombre. Parlo, naturalmente, degli autentici pittori, di quelli che dipingono sorretti da una vera vocazione, di quelli che nella pittura mettono non solo il loro mestiere, ma i brandelli della loro anima, tutto quello che hanno sognato e desiderato, le loro esperienze personali e quelle degli altri, quello che hanno amato ed anche quello che hanno odiato, le loro virtù ed i loro vizi. Parlo naturalmente anche di Renzo Mezzacapo, che è un pittore capace di molti entusiasmi e di forti emozioni, che ha ancora l'anima di un antico etrusco rimasto in fondo pagano, che vede la pittura attraverso la poesia e la poesia attraverso la pittura. Non si possono confondere tra di loro. Hanno, certamente, caratteri e personalità diverse, come sono sempre diversissime le loro opere, anche quando appartengono alla stessa scuola o alla stessa corrente artistica (ma occorre diffidare di quelli che si assomigliano troppo). Hanno un'anima nomade, anche quando si stabiliscono in un solo luogo, nella loro presenza c'è sempre una certa assenza e nella loro assenza, quando talvolta si allontanano o scompaiono, rimane uno strascico lucente che permette sempre d'intravederli lungo l'orizzonte. Conosco Renzo Mezzacapo da tantissimi anni, potrei tranquillamente dire decenni, quando la sua pittura era quasi agli inizi, ma già consapevole di quello che voleva rappresentare, già tecnicamente esperto di colori, di un ottimo disegno e di forme accurate, di sapienti composizioni e di esatte proporzioni.
Quella pittura possedeva già uno stile ed una qualità che è andata perpetuandosi e perfezionandosi negli anni, che si è arricchita di volta in volta di molti motivi e di molte idee, che è diventata sempre più raffinata, sempre più complessa, sempre più fantasiosa. È sempre stato un pittore esigente ed ha saputo dare forza alla sua immaginazione, ha sempre amato raccontare storie e vicende dell'umanità, immerse in un'atmosfera magica. Ha dipinto il vero come se fosse sempre un fatto soprannaturale ed il soprannaturale come se fosse qualche cosa di quotidiano, di realistico, di visibile, qualche cosa che accade sotto i nostri occhi in questo preciso momento, ma anche dentro la nostra fantasia. Le sue storie sono sempre collocate nell'interno della nostra società e nell'interno del nostro tempo. Non sono storie astratte o arbitrarie o remote o arcaiche, non sono mai state frivole divagazioni. Mezzacapo ha sempre avuto bisogno di mettere nei suoi quadri un po' del suo carattere impetuoso, un po' del suo sangue toscano, le sue vicende personali e forse anche quelle degli altri, i suoi ricordi ed anche la sua curiosità di scoprire cose nuove, ma soprattutto ha sentito l'esigenza di scatenare liberamente quella sua immaginazione visionaria, quella sua frenesia di conoscere la molteplicità della vita, direi perfino la sua sensualità e la sua passione che lo hanno sempre sorretto in anni difficili, dove era consentito dubitare, ma dove non era consentito fermarsi. È stato un raffinato narratore di avventure oniriche e di vicende sempre molto umane e mi sembra anche molto sofferte, accorgendosi poi, davanti alla tela, che i sogni avevano aspetti concreti ed il reale diventava metafisico. Ha dominato a lungo la sua pennellata, che anelava alla ribellione e forse un poco anche all'anarchia, senza mai rinunciare alla forte razionalità del suo carattere che poi gli ha consentito di trovare un equilibrio tra quello che poteva avere apparenze violente e quello che poteva essere pacato, tra quello che poteva indignarlo e quello che invece lo faceva sorridere o sognare, che lo guidava da quadro a quadro come se dovesse scalare l'ardua parete d'una montagna. In questo lungo periodo i suoi dipinti sono diventati moltissimi, sono diventati non solo il romanzo della sua vita, ma il romanzo d'un mondo affascinante e terribile, romantico e drammatico.
Sicuramente Renzo Mezzacapo è anche un pittore irruente e insofferente, quello che vedeva non gli bastava, quello che accadeva nel mondo accendeva sempre di più la sua fantasia, sentiva la necessità di mettere nella sua pennellata qualche cosa di più, di raccontare storie sempre più complesse, senza allontanarsi dalla storia e senza allontanarsi troppo dalla sua fantasia che, con gli anni, è diventata sempre più prorompente, spingendolo perfino a dare alla pennellata un maggiore dinamismo. Il pittore d'un mondo fantastico, d'un mondo magico, non può accontentarsi della semplicità, il quadro si è in un certo senso moltiplicato, è stato invaso da un numero straordinario d'immagini ed anche il colore non è stato più sufficiente, anche il colore ha dovuto scomporsi e raddoppiarsi, doveva mescolarsi con altri colori, la stesura del colore, specialmente in questi ultimi anni, si è quasi spaccata, si è dilatata. Forma e colore si sono fusi insieme. La pittura è diventata tumultuosa, più ampia, invasa da molti fantasmi, doveva impossessarsi di quello che aveva dipinto ieri e metterlo dentro i dipinti che oggi gli escono dalle mani e che un poco lo bruciano. I quadri più recenti contengono in parte quadri del passato, ma visti sotto una prospettiva più dinamica, come se avesse voluto congiungere due momenti diversi, ma non opposti. Renzo Mezzacapo è sempre stato affascinato dalle metamorfosi delle cose, dal loro trasmutarsi da una dimensione fantastica ad una dimensione esistenziale. Lo ha fatto in passato e lo fa con maggiore evidenza oggi. La sua pittura già dalle origini ha raccontato la lenta trasformazione dell'umano nel fantasma dell'umanità, le metamorfosi dell'anima dell'uomo quotidiano e le metamorfosi del divino nel contemporaneo o nel visibile, il mostro che diventa anima e l'anima che prende la maschera dell'orrido, le ombre che invadono la vita ed il desiderio d'impossessarsi dell'ombra. In questi ultimi anni, inevitabilmente, le sue metamorfosi pittoriche dovevano approdare ad Ovidio, ma di quale Ovidio si tratta? Dell'Ovidio reale, di cui conosciamo più o meno bene la storia?, o d'un Ovidio in parte immaginario? Qual è l'Ovidio che Mezzacapo ha dipinto? Non l'Ovidio che possiamo trovare nei suoi poemi, ma l'Ovidio che è proprio dentro la sua anima e dentro il suo corpo, come spiegheremo meglio tra breve. È bene ricordare che la sua poesia ha avuto un'enorme influenza su tutta la cultura occidentale. Il suo celebre poema, ma anche tutti gli altri suoi libri, sono stati preservati dalla distruzione, sebbene Ovidio sia probabilmente il poeta più pagano di tutta l'antichità, mentre molti altri sono scomparsi, ma, forse, è stato il suo grande amore per gli Dei e per le loro virtù che l'hanno salvato. Dante lo colloca nel Limbo tra i primi poeti che gli vanno incontro, subito dopo Omero. La sua influenza sarà enorme in tutti i secoli successivi, sia in pittura, straripante di motivi tratti dalle Metamorfosi, sia in letteratura ed in filosofia. Non c'è pensiero occidentale che non contenga un po' della sapienza di Ovidio e della sua cultura. È un poeta che ha saputo fecondare l'immaginazione degli uomini. Le sue favole e le sue leggende sono state accolte anche dal Surrealismo. Alberto Savinio gli dedicò uno dei suoi racconti ironici e paradossali, Nuove Metamorfosi di Ovidio. È la storia d'un poeta che "ancora si aggira notte e giorno nei pressi di Sulmona, sua città natale". Ovidio in questo racconto continua a vivere come fantasma e come essere reale, inquieto e bizzarro, passando da una trasformazione ad un'altra, come se fosse stato contagiato dalla sua stessa poesia. Il poema delle Metamorfosi ha un carattere sacro, ma nello stesso tempo è anche un poema licenzioso, che molti nel corso dei secoli hanno cercato di censurare e di moralizzare, ma inutilmente. Ovidio non può essere cancellato e nemmeno scalfito, la sua narrazione è splendida ed irresistibile. Credeva veramente nelle storie strabilianti che raccontava? L'uomo era anche scettico, ma nel suo scetticismo credeva nel divino e nel soprannaturale e nel potere magico del divino, più di tanti altri artisti e narratori, ma c'è un elemento fondamentale che non può essere ignorato: la sua disperazione quando, per ragioni rimaste in parte ignote, è stato allontanato da Roma e cacciato nell'orrido esilio di Tomi, sul Mar Nero, dove poi è morto, dove il suo corpo è scomparso, probabilmente incenerito su una pira di legno di sandalo, come usavano allora i Romani. Questa condanna mi ha spezzato il cuore, avrà probabilmente detto il poeta, ma molti altri poeti, molti altri artisti, molti altri scrittori, avranno detto la stessa cosa: quelle immagini, tratte dalle sue storie, mi hanno spezzato il cuore. Quella disperazione si è probabilmente trasmessa nelle immagini che lungo tanti secoli le sue storie hanno ispirato e che ritroviamo anche nei dipinti di Mezzacapo. D'altronde il simbolo più alto, contenuto in quelle pagine, è l'immagine del Minotauro, adottato soprattutto dal Surrealismo, archetipo dell'animalità che è nell'uomo. Il Minotauro appare anche nella pittura di questi ultimi anni di Renzo Mezzacapo, accanto a Euridice, cacciata negli Inferi, accanto a Leda, violentata dal Cigno divino, accanto alle Baccanti, che sono anche apportatrici di morte e non solo di frenesia sessuale. Sono tutte immagini della disperazione, di creature sospinte brutalmente ai margini della vita, ingannate, ferite, divorate da un mostro o da un fuoco interiore. Non ci siamo mai chiesti perché ad Orfeo sia stata posta questa crudele ed assurda condizione di non voltarsi a guardare Euridice fino a quando entrambi non fossero usciti dalle tenebre dell'Orco. Perché mai non doveva guardarla? Non è nemmeno una condizione ragionevole. Non avrebbero potuto uscire mano nella mano? Probabilmente in questa interdizione c'è una ragione ancora più terribile ed inconfessabile: se Orfeo si fosse voltato, come poi ha fatto, non solo l'avrebbe immediatamente perduta, non solo non avrebbe visto Euridice così come l'aveva amata e conosciuta, nello splendore della sua bellezza e della sua giovinezza, ma avrebbe visto soltanto una creatura ancora morta, avrebbe visto un orrido scheletro sghignazzante o un corpo in putrefazione. Certamente nemmeno il mito poteva raccontare una verità così atroce. Renzo Mezzacapo ha scelto la giusta soluzione di mostrare Euridice che nasconde il volto tra le mani o urlante per il terrore, mentre viene risucchiata tra le fiamme dell'Orco. È di nuovo l'immagine della disperazione, della perdizione, dell'allontanamento. Sembra quasi che Renzo Mezzacapo non abbia dipinto Euridice o le Baccanti o il Minotauro morto o Leda, ma abbia proprio dipinto la disperazione di Ovidio, la follia di Ovidio che sperava ancora, contro ogni logica, di ritornare a Roma, cioè dove era stato felice o credeva d'essere stato felice. Ma Renzo Mezzacapo ha mai dipinto la felicità? Qualche volta sì, ma solo apparentemente. Le sue figure sono sempre state tormentate, le sue vicende sono state spesso quelle della solitudine o dello smarrimento, le sue storie sono state spesso quelle dell'inganno o dell'illusione, il suo mondo, sia nei suoi quadri del passato sia in quelli più recenti, è spesso stato quello del paradosso, è quello dell'incertezza e dell'instabilità del destino umano. Le sue immagini, anche quando si agitano, rimangono rinchiuse dentro una gabbia esistenziale. È un po' la pittura dell'esilio. Qualche volta anche Renzo Mezzacapo ha il volto di Ovidio: mi sembra quasi di vederlo meditabondo sulle spiagge oscure del Mar Morto. Come ho detto all'inizio ho conosciuto molti artisti, ma Renzo Mezzacapo mi è sempre sembrato uno di quei pittori che inseguono per tutta la loro vita una cometa, si aggrappano alla sua coda, volano per gli strati siderali dello spazio, ma quando Renzo Mezzacapo ritorna sulla terra sparge nei suoi quadri i frammenti della sua anima inquieta, e non gli importa se si è fatto un po' male, se il fuoco ha lasciato qualche impronta sulla sua pelle.

Janus
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